Warning: preg_match() expects parameter 2 to be string, array given in /home/virtual/site19/fst/var/www/html/wp-includes/class.wp-scripts.php on line 171

LA Sicilia del Belice

In queste giornate di commemorazione del terremoto dell’Aquila la mente và al Friuli, all’Irpinia, al Belice.

Il terremoto divide e unisce tragicamente le popolazioni, da nord a sud, democraticamente e senza sconti di vite umane. Del Belice voglio parlarvi questa volta, un’area che nel 1968 vide distruzione e morte a causa di un violentissimo terremoto che sconvolse la Sicilia Occidentale. Gibellina, Salemi, Salaparuta, Poggioreale, Santa Margherita del Belice, Castelvetrano, Menfi, tutte zone, oggi a noi note per la splendida produzione vitivinicola.

Se vi trovate a visitarle, ancora ai giorni nostri sono evidenti I segni di quel tremendo terremoto.

Alcune cittadine parallele fuorono costruite a quelle orginali, prendendone a volte il posto e trasformando il provvisorio in definitivo, come nel caso della cittadina di Montevago dove mi sono trovato a passare due estati fà e fino ad allora a me totalmente sconosciuta.

i vigneti intorno a menfi in sicilia
Vigneto nell’area di Menfi (foto di Antonio Sapienza)

Dal 1968 ad oggi l’operosità dei Siciliani è stata messa a dura prova, reinventando un’intera economia che in questa zona dà il massimo nell’agricoltura e, ai giorni nostri, alla viticoltura illuminata. Illuminata perchè è la qualità a fare da “driver” e la viticoltura è diventata motore economico della zona, caratterizzando il paesaggio, a volte quasi desertico e a volte rigogliosamente verde, colorato dalle viti che si snodano ordinate per chilometri e chilometri tra una vallata e l’altra, quasi a perdita d’occhio.


Per raggiungere la zona del Belice avete due possibilità.

Da Palermo, attraverso un giro un po’ piu’ esteso con la A29 in direzione di Trapani, passando da Alcamo (terra di catarratto Doc Alcamo) e quindi ancora a sud sulla A29 in direzione di Mazara del Vallo, rientrando in direzione di Partanna. Da non perdere, con una piccola digressione in direzione di Trapani, uno dei più bei panorami della Sicilia che si puo’ godere sulla sommità del Tempio di Segesta.

In alternativa, più diretta, da Palermo potete prendere la statale di scorrimento veloce Palermo-Sciacca e attraversare le Doc di Contessa Entellina e di Salaparuta, S. Margerita del Belice, Sambuca di Sicilia e Menfi. Vi trovate nella strada del vino delle terre Sicane (vi rimando al sito per maggiori informazioni: http://www.stradadelvinoterresicane.it).

campagne intorno a Menfi
Menfi (foto di Antonio Sapienza)

In queste zone si produce davvero di tutto, dai vitigni internazionali al Nero d’Avola, al Catarratto, al Grecanico, all’Inzolia al Grillo e a tutte le possibili loro combinazioni.

Piccolo inciso, per gli amanti dell’olio questa è zona di sicuro interesse con la famosa “Nocellara del Belice”. Spesso fuori dalle doc, le cantine prediligono produrre sotto IGT Sicilia per avere maggiore flessibilità e per sperimentare liberamente.

Sono altisonanti I nomi di questa zona, Planeta, Donnafugata, Barbera, Settesoli, Feudo Arancio, Duca di Salaparuta e tante altre, piu’ piccole, ma certamente con la voglia e l’entusiasmo di portare a tavola risultati straordinari frutto di investimenti, ricerca e lavoro con un attento occhio ecologico.

Sorprendente infatti il lavoro fatto da molte di queste aziende per trasformarsi in aziende a basso impatto ambientale, con impianti fotovoltaici che le rendono energeticamente autonome e perfettamente integrate nel territorio che le ospitano.

In generale, il territorio qui è prevalentemente calcareo, misto ad argilla e sabbia a seconda dell’area di riferimento con alture che variano dal livello del mare fino a 700m.

Il caldo è torrido in estate e le vendemmie avvengono già a partire dal mese di agosto, solitamente in notturna. Sempre in agosto, nella prima metà, si tengono delle suggestive degustazioni notturne, presso le maggiori cantine.

L’iniziativa prende il nome di “Calici di Stelle” e personalmente ho avuto l’opportunità di essere ospite della cantina Donnafugata con banchi di degustazione all’aperto tra i vigneti della tenuta.

Un’esperienza che consiglio vivamente.

Non mi dilungo oltre su Donnafugata poiché non ha certo bisogno di presentazioni.

Ad oggi non è nota la data della prossima edizione, ma suggerisco di verificare sul sito dell’azienda per notizie aggiornate.
(http://vendemmianotturna.donnafugata.it/showPage.php?template=home&masterPage=it-home.html&id=1)

Girando per questi luoghi mi sono imbattuto nell’Azienda Agricola Ferreri & Bianco. Ci troviamo a Santa Ninfa (TP), prossimi alla Riserva Naturale Finestrelle dove insiste la “Grotta di Santa Ninfa”, di natura carsica e visitabile assistiti dalle guide di Legambiente a cui è affidata la gestione (http://www.parks.it/riserva.grotta.santa.ninfa).

Nella Riserva si trovano diversi resti di “Tombe Sicane” scavate lungo una delle pareti gessose dell’omonimo Monte Finestrelle a ridosso del quale ha anche sede il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi (http://www.orestiadi.it/”http://www.orestiadi.it/).

Incontro con l’azienda Agricola Ferreri & Bianco

L’azienda Agricola Ferreri & Bianco, voluta dai fratelli Ferreri, Rosario e Mario e l’enologo Vincenzo Bianco, si estende per 50 ettari di territorio in sei differenti contrade con alture che variano dai 250m ai 500m cogliendo le opportunità offerte dai differenti microclimi.

Si lavorano vitigni autoctoni e internazionali con grande professionalità e soprattutto con una passione ed entusiasmo a dir poco contagiosi.

Vincenzo Bianco, l’enologo dell’azienda, mi ha raccontato tutte le fasi di lavorazione, dalla pianta alla bottiglia, ivi incluse le sperimentazioni fatte nel corso degli anni per migliorare la qualità.

Tra tutti, il vino che mi ha colpito è il Catarratto, con il quale è nato già quattro anni fà un amore che ancora continua.

I Ferreri producono un Catarratto in purezza, di grande corpo, proveniente da impianti a Guyot la cui vite ha una età media di ben 27 anni. I risultati sono a dir poco sorprendenti.

Vinificato rigorosamente in acciaio, si presenta nel bicchiere cristallino, di colore giallo paglierino con riflessi tendenti al dorato.

Al naso rivela da subito il suo prestigio, con un primo bouquet di fiori gialli che ruotano su note di agrumi e di frutta esotica. Al palato è gradevolmente sapido con un’acidità “frescovivo” (come da nomenclatura FISAR).

Grande persistenza e corpo è un perfetto compagno di portate di pesce, ma anche di carni bianche, magari in agrodolce che sostiene abbondantemente.

Intervista al Vinitaly 2010 a Vincenzo Bianco, enologo dell’Azienda Agricola Ferreri.

Durante la mia breve permanenza al Vinitaly, ho avuto il piacere di dialogare con I soci dell’azienda ed in particolare, del colloquio avuto con Vincenzo Bianco, enologo della cantina, voglio darvi conto.

Vincenzo, come nasce l’azienda agricola Ferreri e Bianco e da dove l’idea di creare un’impresa ex novo : –
“La nostra azienda nasce nel 2002 dal desiderio comune di vedere I frutti della nostra produzione.

Abbiamo cominciato con degli esperimenti molto artigianali portati avanti con mezzi molto limitati e spesso di fortuna.

Noi tutti veniamo da una tradizione di viticoltori e il nostro lavoro era funzionale alla produzione di uve per il consorzio. Lì perdevamo traccia di come le nostre uve sarebbero poi diventate vino e il nostro lavoro terminava con la consegna delle medesime.

Un giorno, frustrati dall’impossibilità di portare a compimento l’intero ciclo di produzione e di essere noi stessi artefici di decisioni che avrebbero poi portato al successo o all’insuccesso, ci siamo incontrati nelle scale del consorzio e abbiamo deciso di provare a metterci in proprio per vedere finalmente cosa voleva dire completare il ciclo di produzione.

Abbiamo capito da subito, dai nostri primi esperimenti che avevamo per le mani un potenziale importante nelle nostre uve e I risultati erano sorprendenti e soprattutto incoraggianti.

Detto cio’, l’anno successivo, nel 2003 abbiamo avuto la nostra cantina, ricavata in un rudere di campagna sul nostro terreno. “Abbiamo sperimentato con uve Catarratto, Inzolia, Nero d’Avola e Cabernet Sauvingon e ad oggi siamo arrivati al nostro 7mo Vinitaly”.
Da una piccola cantina alla Gran Menzione ottenuta al Vinitaly alla Medaglia d’Oro. Come avete fatto?

“Abbiamo sfruttato I doni che Madre terra ci dà.

Noi siamo vignaioli, in campagna curiamo nel dettaglio le nostre viti e limitiamo al massimo il ricorso a trattamenti chimici portando il più naturalmente possibile le uve a maturazione.

In annate normali, non piovose, con due trattamenti di zolfo riusciamo a combattere tutte le malattie e il sole e il vento pensano a portare a completamento la maturazione senza ulteriori interventi.

Nel 2003 la prima bottiglia di Catarratto, evidenziando in etichetta a grandi caratteri il vitigno, quasi a rappresentare con orgoglio la tipicità di questo prodotto.

Chi assaggia questo vino rimane favorevolmente colpito. Nel secondo anno di produzione arriva la Menzione al Vinitaly, azienda praticamente sconosciuta la nostra, e nel terzo anno, nel 2006 Gran Medaglia d’Oro, anche qui, totalmente inaspettata.”

Qual’è il segreto di questa rapida ascesa?
“I nostri terreni sono vocati e le viti già mature, inoltre la cura per il dettaglio è estrema.

Raccogliamo l’uva nelle cassette, subito la portiamo in cantina per la lavorazione, applichiamo norme d’igiene rigorose per evitare di contaminare il prodotto… coccoliamo l’uva come un bambino… e riusciamo ad ottenere un vino sincero che esprime il territorio.”

Esprime il territorio anche con una ricchezza aromatica straordinaria direi, bevendo il 2009, a me sembra che anche questa annata si conferma, nel corpo e nella ricchezza nei livelli della Gran Medaglia d’Oro del 2005.

“Confermo, quest’annata ha dei sentori e dei profumi e una persistenza al palato tali da rispecchiare la nostra migliore annata che è stata il 2005.

Si sono verificate le stesse condizioni climatiche che ci hanno permesso di confermare un prodotto di pari livello. Le altre annate non sono tuttavia di minore importanza, con una qualità di fondo che caratterizza il nostro catarratto” (la differenza è nella più accentuata mineralità e sapidità percepita nel bicchiere che è reso dal territorio calcareo-argilloso n.d.r.).

Da due anni a questa parte avete lanciato una nuova versione del Catarratto, nella linea “Brasi”. Ce ne parli un po’, quali sono le differenze con il prodotto di cui abbiamo citato fino ad ora?
“Come sai, siamo un’azienda giovane, dinamica in continua ricerca e sperimentazione.

Abbiamo voluto fare un prodotto unico. Abbiamo voluto riscoprire l’antica tradizione siciliana del legno povero, in contrapposizione alla scuola francese che affina in barrique di rovere, riscoprendo il Castagno che usavano I nostri nonni.

In particolare il mio bisnonno agli inizi del 900 faceva il vino affinandolo in botti di castagno, quando il rovere era invece appannaggio dei ricchi. Il legno di Castagno in Sicilia proviene dall’Etna ed oggi anche dalla zona di Sarno, in Campania.

I maestri marsalesi tradizionalmente lavoravano il marsala in botti di Castagno. Noi affiniamo nel legno di Castagno I vini della linea Brasi.”

Quali sono le caratteristiche che conferisce il Castagno al vino?
“Nel vino è atipico l’uso del castagno che dà invece dei tannini peculiari, morbidi, con note olfattive e gustative complessivamente meno dolci del rovere, meno vanigliate, in modo da non appiattire o “internazionalizzare” il prodotto, rendendolo unico e particolare.

Lo abbiamo chiamato Brasi in memoria del bisnonno che si chiamava Biagio, in dialetto siciliano appunto Brasi. Il gradimento è stato alto, abbiamo fatto nel primo anno solo 1000 bottiglie del Catarratto, e nell’ultimo anno 2000.

Nella linea Brasi produciamo il Nero d’Avola con un affinamento di 1 anno.”

Entriamo nel dettaglio del Brasi Catarratto mentre lo degustiamo insieme :
“il procedimento è simile al nero d’avola, selezioniamo le uve migliori e le facciamo fermentare in piccole botti di castagno nuove dove il vino permane per 4 mesi con le fecce nobili.

A gennaio lo lavoriamo per l’imbottigliamento.”

Degustiamolo insieme, al naso percepisco le note dolci del legno, eleganti…

“Sfatiamo infatti con questi prodotti il luogo comune che il legno di castagno conferisce note amarognole”.

A proposito di falsi miti, il vostro modo di produrre Catarratto supera il concetto che questo vitigno sia scarso in acidità. I vini che sto bevendo hanno una spina acida notevole, questo in particolare sostiene perfettamente l’alcol è molto equilibrato ed è molto lungo al retro olfatto e persistente in bocca.

Straordinario (ndr). Cosa consigli come abbinamento a questo vino?
”Confermo quanto dici sull’acidità, per l’abbinamento consigliamo carni bianche, formaggi stagionati perchè ha ampia capacità di pulizia ed anche del pesce crudo”.
In effetti lo stiamo degustando insieme a dei formaggi a media stagionatura, un pecorino siciliano (cu’ spezzi, “col pepe nero”) e devo dire che lo sostiene egregiamente.

Vincenzo, dimmi una cosa… bevendo altri Catarratto in purezza negli stand qui intorno ho volutamente provato a fare un confronto e devo dire che tutti, o la maggior parte di essi, hanno in comune questo basso livello di acidità.

Come fate voi a mantenere questa acidità così spiccata, qual’è il segreto?
“Antonio, non c’è nessun segreto.

Sono le pratiche normali che un enologo svolge in campagna. Monitoraggio costante della maturazione dell’uva e del suo grado di acidità e zuccherino, per mantenerla poi nel vino.

Dagli ultimi di Agosto facciamo delle campionature dell’uva, monitorando come dicevo acidità e zuccheri, perchè come sai, l’acidità si va abbassando e la bacca si arricchisce di zuccheri.

Con la campionatura riusciamo a trovare il punto di equilibrio che ci indica anche il momento della raccolta che per il catarratto di solito avviene dopo il 15 settembre (varia a seconda dell’annata).

Per le uve del Brasi faccio maturare un po’ di più rispetto al prodotto base.

Le vigne sono tutte di proprietà?
“Si l’azienda ha un potenziale di 50 ettari vitati che non sfruttiamo in toto. Raccogliamo, selezioniamo e vinifichiamo solo le migliori uve e ad oggi produciamo circa 70.000 bottiglie.

Torniamo ai vini, passiamo alla vostra produzione dei rossi
Nero d’avola è il prodotto base dell’azienda, vinificato in acciaio, quello che stai bevendo è del 2008, complesso, profumato, da 14 gradi. Piace molto perchè è semplice e “beverino”, come si dice, nonostante la sua gradazione.”

Abbiamo provato a berlo anche come aperitivo con degli amici, d’estate anche un po’ piu’ fresco, che ne pensi?
“Si non è una cattiva idea, portandolo a 17 -18 gradi puo’ dare un’esperienza gradevole anche in apertura.”

Come abbinamento?
“Potremmo suggerire, ti stupirò, anche una pasta con le Sarde e il finocchietto selvatico.”
Addirittrura ti spingi a questo azzardo?
“Si perchè il tannino non è cosi elevato da sopraffare il piatto.”
Non so’ se mi hai convinto, personalmente lo preferirei magari con una coniglio in agrodolce o con delle carni stufate. So’ da chi farmi cucinare la pasta con le sarde, lo proverò e ti sapro’ dare un parere piu’ preciso.

Parliamo infine rapidamente degli altri rossi?
“L’altro vino rosso che stai degustando e l’Al Merat 2005, Nero d’Avola affinato in barriques di rovere francese.

E’ un vino complesso, più maturo con sentori di cuoio e spezie.

I frutti di bosco vengono sostenuti ed esaltati dai tannini del legno. La barrique valorizza la tipicità del nostro nero d’avola dona un equilibrio e una sensazione di buon dosaggio della barrique.

Infine, della linea Brasi, è il prodotto di punta della nostra azienda. Vinificato in acciaio, affina 1 anno in botti di castagno. Esprime al naso note dolci, balsamiche.

Mentre l’Al Merat rimane su note speziate e di cuoio, il Castagno del Brasi tende a rispettare di piu la tipicità del vitigno e lo ritrovi nella predominanza del sentori di frutti rossi.

Questo vino è particolarmente armonico in tutte le sue componenti, acidità prolungata che dona un senso di pulizia con una persistenza lunghissima.”
Personalmente trovo questo vino estremamente equilibrato.

La persistenza è assolutamente straordinaria e al retro olfatto ritornano note balsamiche.

Nel ringraziarti Vincenzo per la degustazione guidata e per averci raccontato un po’ del vostro genuino impegno e amore per la terra, non mi resta che augurarvi un futuro brillante che è già segnato.

Congratulazioni per I tanti premi ma soprattutto per gli ottimi vini che portate sul mercato e continuate così.

Per saperne di piu’ sulla cantina, vi invito a consultare il sito internet :
http://www.ferrerivini.it/ita/index_ita.htm

Ringrazio l’Azienda Agricola Ferreri per aver permesso la realizzazione di questa intervista, nelle persone di Vincenzo Bianco naturalmente e di Rosario Ferreri.

Condividi con i tuoi amici

One Commentto LA Sicilia del Belice

  1. lucio cabriolu scrive:

    faccio notare che a Serramanna (medio campidano)in sardegna è stata costruita una botte chiamata ” Noè ” nella quale ci stavano ben 31.000 litri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *